testi

GIUDITTA

monologo (dalla spettacolo “Elena e le altre”)

PERSONAGGI

GIUDITTA – donna giovane e bella

LA SCHIAVA – silenziosa e sfuggente, è l’ombra di Giuditta, il suo alter ego

LETTORE – o voce fuori campo

(Accompagnate da un intenso ritmo di tamburi, entrano da quinte opposte Giuditta e la schiava, danzando con movenze dolci e sensuali che esprimono la loro profondissima unione. Indossano abiti simili, ma in forte contrasto cromatico)

GIUDITTA (alla schiava) I tuoi occhi riflettono solo ombre…come se da tempo avessero dimenticato l’apparire del giorno e la sua inutile danza verso la notte…la nostra notte … che ha un modo diverso di splendere…oscuro per chi volesse rubarne i segreti…segreti del cuore…sempre gli stessi…da non cercare e non svelare…perché già svelati…è questa la contraddizione…tenere segreto il mistero…tenere il falso segreto del falso mistero… quando invece sarebbe un immenso sollievo mostrarne l’essenza…raccontarla con parole semplici e sopportabili…anche se il mistero è per sua natura insopportabile…viene voglia di morirci dentro…in quell’enorme ventre…in quell’inutile abisso…nel vuoto della sua luce accecante…luce immaginata creduta sognata…e comunque da spegnere una volta per tutte.
Si potrebbe pensare a una storia…fingere che qualcosa sia accaduto… forse…quando…perché…subito le domande impossibili…vengono su alla rinfusa…una sulla coda dell’altra…parole ferite che cercano aria, luce…sollievo per il loro dolore…si potrebbe aiutarle a trovare la pace…tirarle fuori piano, con amore… amore…? Ecco che sbaglio…mi lascio andare all’immaginazione…no, meglio ricacciarle nell’abisso e inventarne di nuove…
In fondo chi può definire il ricordo di un altro…chi può dire: fu così…avvenne quel giorno…si, quello, il cielo era blu…era scuro di nubi…no…il cielo quel giorno era appena velato…che importa…poteva non esserci affatto, il cielo, quel giorno…perché io non alzai gli occhi a guardarlo.
E dunque raccontiamo la storia…la stessa di sempre…continuano a chiederla perché mi vogliono bene…così dicono i miei concittadini…idioti senza speranza…mi assillano con la loro riconoscenza….e pretendono che io sorrida o almeno acconsenta con un cenno del capo…(sorride ad un interlocutore immaginario) la nostra Giuditta…la nostra cara Giuditta…e la sua schiava fedele…mi sibilano nelle orecchie la loro bavosa gratitudine….e io devo sorridere e acconsentire…un tormento infinito…per tutta la vita e anche oltre…saremo un corteo di sibili sorrisi e consensi nel mondo delle ombre… tra le pallide e confuse ombre dei morti…ancora più confuse dalla nostra baldoria…dal nostro falso tenace insopportabile …amore.
Bisogna smetterla subito…dimenticare… questo va detto… e noi lo abbiamo già detto un’infinità di volte, anche se nessuno riesce a capire… perché si sa come vanno le cose…ci si attacca alle storie indecenti e si continua a dirle e ridirle a sbagliare a mentire a vivere di questa ossessione…e intanto la storia è cambiata, si è dissolta come sabbia nel vento…rimane appena un fruscìo…un soffio leggero, qui, in fondo alla testa…tanto lieve, sottile, continuo…puoi udirlo se rimani in silenzio…e questo è già un passo avanti…tacere del tutto e ascoltare quel suono sommesso…più forte al tramonto…assordante la notte… quando resto a guardare le stelle…come tanti anni fa…
Ecco che ricomincio a sbagliare con la storia degli anni prima e degli anni dopo…credere che il tempo passi e vada…credere che esista un tempo e una strada…non riesco a liberarmi del prima e del dopo…non riesco a liberarmi di niente…e allora mi viene da ridere, di notte, quando resto a guardare le stelle dalla nostra terrazza…le risate risuonano per tutta la valle di Esdrelon…perché è veramente ridicolo sentire ancora tanta nostalgia…un ago bruciante nel cuore…come allora…quando le stelle si riflettevano sui campi intorno a Betulia…infinite e terribili…come un esercito schierato.

LETTORE – Nell’anno dodicesimo del regno di Nabucodonor che regnava sugli Assiri nella grande città di Ninive, Arfacsad regnava sui Medi in Ectabana. E Nabucodonosor mosse contro Arfacsad e mandò messaggeri a tutti i popoli dalla Persia all’Egitto, dalla Cilicia alla Giudea all’Etiopia, perché si unissero a lui in questa grande guerra. Ma gli abitanti di queste regioni disprezzarono l’invito di Nabucodonosor, non lo seguirono nella guerra, perché non avevano alcun timore di lui che ai loro occhi era come un uomo qualunque e respinsero i suoi messaggeri con disonore. Allora Nabucodonosor si accese di sdegno terribile contro tutte queste regioni e giurò di farne vendetta.

GIUDITTA – Mio marito Manasse morì al tempo della mietitura dell’orzo…era nei campi a sorvegliare i servi che legavano i covoni e morì per un colpo di sole. Le donne vennero dai campi urlando…vennero a chiamarci nel solito modo…come gatte in calore…uno muore e loro vanno in calore…graffiano urlano si sbattono l’una sull’altra con la bocca piena di bava…uno svago, nient’altro…vennero mentre tostavo farina con la mia schiava…noi due eravamo vicine…bagnate del nostro vapore…appena visibili, appena più chiare del buio di quella stanza segreta…sconosciuta, lontana, sommersa dai fiori…
Sentimmo arrivare quel suono terribile…come il vento orientale del deserto…così sembrava…strano che soffiasse in quella stagione…una stranezza inaudita… impossibile ignorarlo e continuare a tostare farina…anche se mi pareva fosse l’unica cosa sicura da fare davanti ad una catastrofe imminente…forse anche la morte si sarebbe fermata davanti a noi due…umide e appena visibili intorno al fuoco…mentre l’urlo del vento…mentre quello che sembrava l’urlo del vento saliva dalla campagna e riempiva strade cortili pozzi e giardini e tutta la casa… che tremava intorno e sopra di noi.
Ci siamo prese per mano aspettando le tenebre…coperte di polvere bianca come un sudario…con la bocca serrata per non ridere…chè avrebbe portato sfortuna… una risata già nella gola, sulla lingua, nella bocca….e le lacrime che colavano giù…anche quelle impossibili da trattenere…colavano , si tostavano al fuoco e volavano via…come si poteva non ridere…piegate in due senza fiato…la cara Giuditta e la sua serva…mentre quello che sembrava il vento si accaniva contro la porta della stanza segreta, finchè la divelse dai cardini… scoprendo le nostre mani unite…e la nebbia di bianco e di ombra, di vapore, di lacrime tostate e di risate…irrefrenabili.
Allora mi dissero che Manasse era morto.

(pausa)

Tutti mi hanno visto cadere quel giorno..la mia costituzione è così delicata…vivo e non vivo…potrei dire che vivo grazie al non vivere per lunghi periodi…e dunque sembrò giusto e naturale che cadessi svenuta alla notizia della morte del mio caro sposo…mentre non sarebbe sembrata giusta né naturale la verità…ma che importa…
In fondo la cara Giuditta era stesa per terra senza fiato e quasi senza vita…per la notizia tremenda…per l’immenso dolore…sicuro, per quello e non altro…e bisognava tirarla su insieme alla sua schiava…sciogliere quelle mani intrecciate con tutto il garbo possibile, dal momento che adesso era lei la padrona…di oro, di argento, di terre, di schiavi, di armenti…di tutta Betulia ma forse anche oltre, nessuno poteva sapere quanto ricco fosse il caro Manasse…si tirava a indovinare…sollevando con garbo sua moglie…svenuta per le risate…nella stanza segreta.

LETTORE– Dopo aver sconfitto Arfacsad, Nabucodonosor radunò i suoi ministri per discutere un piano di vendetta e decise di affidare al suo generale Oloferne la distruzione di tutti i popoli che non avevano voluto allearsi con lui; lo mise a capo di centosettantaimila uomini, più dodicimila arcieri a cavallo e inoltre cammelli, asini, muli, pecore e buoi in quantità innumerevole. E quando partirono si unì a loro una moltitudine di gente numerosa come le cavallette e come la polvere del suolo.

GIUDITTA – Sono rimasta svenuta per giorni…così dicono.. anche se può parere impossibile…ma se così dicono non è bene smentire ciò che viene detto e ridetto…i miei concittadini non amano essere smentiti…e allora va bene così… sono rimasta per giorni, per mesi, per un tempo infinito con la mente perduta nel vuoto, un fiore bianco galleggiante sulle acque del non ritorno, nere di morte e di sogni eppure lievi e amorevoli con la giovane vedova fluttuante…avvolta nei capelli come un giglio appena sbocciato…lontana…perduta per sempre…
(sorride) Invece tornai, appena tutto fu sistemato…riguardo a Manasse, voglio dire…appena furono compiuti tutti i riti prescritti del suo funerale…e smisero di urlare e cantare e strapparsi i capelli e sbattersi l’uno sull’altro…Manasse era un uomo discreto e non avrebbe mai consentito una simile baldoria sulla sua tomba…ma in questo paese si deve sopportare l’insopportabile…pure questo va detto una volta per tutte…anche se nessuno ti ascolta…e quinti il dire equivale al non dire…se è diverso dal dire e ridire.
Comunque tornai una mattina, riaprii gli occhi all’alba, come svegliata dal canto dei passeri, credo…non persi tempo a guardare se fossero passeri o allodole o tortore…dal momento che non mi svegliarono affatto…aprii solo gli occhi e vidi la mia schiava, nessun altro che lei…alla fine tutti se n’erano andati…potevamo appena sentire le voci estenuate dalla lunga baldoria ma ancora capaci di dire e ridire su quella immensa ricchezza perduta del povero Manasse…neanche un figlio a riceverla e a pregare per lui tre volte al giorno…e la giovane vedova persa tra le ombre dei morti… certo,si poteva ancora sperare…aspettare cinque giorni di tempo… non di più….ma se in quei cinque giorni non si fosse svegliata… a chi mai sarebbero andati l’oro e gli armenti e le terre e gli schiavi…a chi se non a tutto il paese…all’intera Betulia… che avrebbe brillato nel deserto, sfolgorante come il sole…e da quel momento in poi tutti avrebbero indossato sete e gioielli e lastricato le strade di ametista e lapislazzuli e forse di più… nessuno poteva dirlo con sicurezza fin quando la sconfinata eredità di Manasse non fosse scesa come una pioggia di stelle su Betulia…la nuova, luminosa città…regina della valle di Esdrelon.
Ma io avevo riaperto gli occhi…ero rinvenuta, come si dice…nel mezzo di quelle fantasiose, risibili congetture…la mia schiava mi coprì con una tela di sacco…come si conviene ad una vedova…e prima che i miei concittadini potessero tornare per gridare, soffiare e cantare la loro finta gioia…il loro odio mortale…prima che potessero fare un solo gesto o muovere un solo passo… (scandisce) per mio ordine le porte furono sbarrate con travi d’oro e cedro del Libano, e il giardino fu oscurato da cortine di seta e porpora fenicia e uno stuolo di schiavi fu posto a guardia delle scale di vetro e smeraldi d’Egitto…e tutto fu buio e silenzio…finalmente…così com’è scritto… e com’è giusto che sia… per un lungo, infinito tempo di lutto.

LETTORE – Oloferne e il suo esercito partì da Ninive, distrusse Fud e Lud, depredò i paesi di fronte al deserto, occupò la Cilicia, tagliò a pezzi tutti quelli che gli resistevano, arse le tende e saccheggiò le mandrie. Scese poi nella pianura di Damasco, mise a fuoco i campi e passò a fil di spada i giovani. Allora le città della costa, prese dal terrore, gli inviarono messaggi di pace, ma egli le rase al suolo e demolì i templi, così che tutti adorassero Nabucodonosor come unico dio.

GIUDITTA – Questa casa di cento stanze, Manasse l’ha costruita per me…conosceva la mia inclinazione alla solitudine…gli piaceva non sapere mai dove mi trovassi…aveva perfino rinunciato a cercarmi…aveva rinunciato a tutto…gli bastava la certezza che la bella Giuditta fosse chiusa in una delle cento stanze della sua bella casa…gli bastava averne la proprietà….credere di averla…qualche volta mi chiamava…con una voce appena udibile…ma io la sentivo e cercavo di raggiungerlo attraversando le novantanove stanze che ci separavano…seguivo quel suono lontano finchè mi smarrivo…o cadevo stremata…senza trovarlo.
La notte dormiva con me, nella centesima stanza, la più piccola, senza aria né luce.
Ora sono libera…chiusa nel buio della mia casa…un buio apparente, solo all’esterno velato di nero, ma dentro dolce ed ardente, il canto segreto di Giuditta…una vita non vita…ma una danza leggera attraverso la vita, immobile e pura, nascosta agli sguardi…anche a quelli che attraversano le porte chiuse e sollevano le tende abbassate…a quelli che assediano i muri seguendo le strade del vento…che entrano nelle fessure aperte dall’edera e dai nidi dei passeri…fino alla stanza tra i fiori…dove non siamo più tornate e dove ogni giorno entrano…senza pudore e senza permesso…i miei insopportabili concittadini…entrano parlano pregano mi spiano qualche volta si sbattono l’uno sull’altro…arrivano a gruppi…o da soli…come per caso…come seguendo le loro faccende…in fondo non è una menzogna, dal momento che le mie e le loro faccende sembrano coincidere….a quanto pare le mie faccende sono il cuore pulsante di Betulia che chiede con un battito incessante…estenuante.. cosa mai stia facendo la giovane Giuditta…la giovane e bella Giuditta chiusa nella sua inutile casa di cento stanze…e perché non riprenda marito…chè ormai Manasse è morto e sepolto da un pezzo e non sta bene che una giovane e bellissima vedova rimanga chiusa nel buio con le sue folli ricchezze e una schiava…così dicono nel tempo infinito che passano nella nostra stanza segreta che ora è la loro stanza segreta…
Forse avrei potuto richiudere la porta divelta dal vento…da quello che sembrava il vento…ma non l’ho mai fatto…non volli privare i miei concittadini di un santuario per le loro chiacchere … che noi ascoltiamo nella pace delle novantanove stanze segrete.
Parlano e parlano, si sfiancano a furia di parole…certe volte inventano storie fantastiche…come quella che raccontano dal mese di Nisan…tutti i giorni…non se ne saziano mai…eppure le storie fantastiche si assomigliano tutte e prima o poi vengono a noia…questa no…ogni giorno a dirla e ridirla…ne sono così presi che finiranno per dimenticarci…così dicevo alla mia schiava…ci dimenticheranno per una storia fantastica…

LETTORE – Dopo aver sterminato ventimila paesi, Oloferne diede ordine a tutte le milizie e a tutte le genti che erano con lui di marciare contro Betulia, di cominciare la guerra contro Israele. Si mosse dunque l’esercito di centosettantamila fanti e dodicimila cavalieri, senza contare le salmerie e una moltitudine sterminata che si era unita a loro e si accamparono nella pianura di Esdrelon, davanti alla fortezza di Betulia.

GIUDITTA – E’ strano… incredibile…i miei concittadini continuano a raccontarsi la stessa storia ogni giorno da mesi e ci hanno dimenticato…così dice la mia schiava…ci hanno dimenticato per una storia qualsiasi…nessuno più vuol sapere quando e come riprenderò marito…e se uscirò all’aperto o resterò per sempre qui vestita di sacco…strano…non importa più a nessuno…siamo già nel mese di Ab e loro continuano a parlare di altro…
Noi li ascoltiamo fino al tramonto e poi saliamo in terrazza per riposare… adesso che sono libera… adesso che nessuno più mi costringe a soffocare di notte nel chiuso di una stanza…nel silenzio e nel buio… come voleva il povero Manasse…su questo era assolutamente irremovibile…ogni notte il mio e suo respiro dovevano restare uniti…umidi caldi circolari e chiusi come in un sepolcro…non ho mai creduto di arrivare viva all’alba…e comunque l’alba non sarebbe stata visibile in quel buio di oltretomba, in quell’aria senz’aria popolata da anime prive di cuore e di voce…pallide e flosce…e da Manasse, abbandonato ad un sonno cieco e violento…incurante di me….la bella Giuditta che aveva sposato per vero amore…così diceva…la più bella tra le donne di Giuda…per farla morire ogni notte…per questo l’aveva portata sotto il baldacchino nuziale…per soffocarla di buio e di silenzio…
Ma ora è passato.
Ora di notte saliamo in terrazza…c’è una tenda di veli e all’interno tappeti, cuscini e candide lane…negli angoli bruciano le essenze più sacre…nardo cannella e aloe…nelle notti di luna anche mirra e incenso si fondono con i vapori che salgono dal giardino e dai campi…
I veli si aprono a ogni soffio di vento…scoprono il cielo stellato e la pianura di Esdrelon fino al suo limite estremo…La bella Giuditta dorme serena tra i fiori e le stelle…vegliata dalla sua schiava…l’unica che può guardare la pelle bruna bagnata di rugiada e velata dai capelli di porpora… Giuditta dorme in pace nella tenda di veli e di sogni…nessuno potrà svegliarla fino al mattino…nessuno potrà farla piangere…mai…più. (Buio)

In controluce si intravedono Giuditta e la schiava addormentate.
Si ode un ritmo di tamburi, prima leggero, lontano, che poi sale d’intensità fino a divenire quasi assordante, mentre la scena si illumina di bagliori rossastri.
Giuditta e la schiava si alzano lentamente, restano immobili a fissare il vuoto, poi si prendono per mano. Buio.

PARTE SECONDA

(Sulla scena sono presenti tutti gli elementi necessari alla trasformazione di Giuditta. Mentre parla, la schiava le toglie l’abito da lutto, la massaggia con unguenti, la pettina, l’aiuta a
indossare un abito seducente, l’adorna con un diadema, bracciali ai polsi e alle caviglie, collane e anelli. Infine le porge uno specchio nel quale Giuditta si guarda compiaciuta. Il pubblico deve essere attratto dalla sensualità della scena, più che dalle parole, che hanno quasi funzione di sottofondo di un rituale sacro)

GIUDITTA – Dormivamo nella nostra tenda di veli e i bracieri ardevano di profumi, come al solito…ma un fetore ripugnante sovrastava l’incenso e l’aria sopra e sotto di noi…dormivo e sognavo Manasse …insieme nella nostra camera chiusa come un sepolcro…ero vicino al suo cadavere decomposto…che ancora respirava…un soffio di morte mescolato all’incenso…un buio che partiva dal centro della luce e perciò più denso e implacabile…non ci si libera mai da questi tormenti…mi sono svegliata e Manasse non c’era…non è poi così facile per i morti tornare…
Manasse non c’era…ma tutto era cambiato…nel tempo di un sogno.
Pensavamo…immutabile…e all’improvviso… mutato…capovolto…in qualche modo capovolto…incomprensibile…

(angosciata) Erano là…sui campi…sui miei campi di orzo e di grano e sui vigneti e sugli oliveti…un esercito numeroso come le cavallette….come la sabbia del deserto…i loro fuochi riempivano la valle di Esdrelon fino all’orizzonte e si chiudevano intorno a Betulia…la mia Betulia circondata…assediata…la mia pace…perduta…la mia aria appestata da quei corpi impuri intorno a noi due…in piedi sulla terrazza…con le mani strette…senza via d’uscita.
Quegli idioti dei miei concittadini…ho mandato la mia schiava nella stanza segreta….in quella che un tempo era la nostra stanza segreta e che adesso è un luogo pubblico per dire e ridire e raccontarsi idiozie…ho mandato a chiedere perché mai un esercito avesse circondato la città e cosa mai avessero fatto…a mia insaputa…per provocare una simile catastrofe…e che decisioni si erano prese per liberare i miei campi da quella plebaglia e la mia terrazza da quel fetore di sudore e escrementi che neppure l’incenso più prezioso riusciva a dissolvere…

(sorride di scherno) La mia schiava dice che nella stanza segreta e in tutta la città digiunano piangono pregano si sbattono l’uno sull’altro…come al solito… coperti di cenere e vestiti di sacco…e questa baldoria la chiamano fare penitenza…perché Jahvè salvi Betulia e i suoi idioti abitanti…finti cadaveri di cenere e tela di sacco…ecco come passano il tempo…in questi ridicoli svaghi…mentre nei miei campi si accendono fuochi e si divorano greggi…
La mia schiava dice che questo esercito ha preso le sorgenti e ci ha tagliato l’acqua… per farci morire senza troppo fatica…ma la cosa più incredibile…la più idiota di tutte… è che i miei concittadini daranno a Jahvè cinque giorni di tempo per salvarli…cinque giorni di pianti urli digiuni e cenere…e se dopo questi cinque giorni di assoluta follia Jahvè non li avrà salvati…allora si arrenderanno e apriranno le porte di Betulia…
Faranno così perché non hanno niente altro da perdere oltre alla vita…quella specie di buco che chiamano vita…sospeso tra il cielo e la terra…un respiro ogni tanto… a occhi chiusi per non cadere nel vuoto…per stare al sicuro aggrappati all’abisso… aspettando la fine senza muovere un passo.
Io sono come una vite piantata vicino alle acque e il suo fusto si eleva in mezzo agli arbusti, ma nessuno di loro può riconoscermi…non vedono niente fuori del loro piccolo vivere al riparo dal vento…quando è possibile… e non sempre è possibile.
Sono scesa nella stanza segreta…non mi vedevano da anni…quasi impossibile riconoscermi…pensavano che il buio mi avesse succhiato il sangue e la vita… che mi fossi trasformata in un rettile del deserto, orrido e asciutto…non sanno che le mie radici sono dentro la terra, nelle tenebre più profonde e luminose e la mia linfa è rugiada di giovinezza…
La bella Giuditta è comparsa e loro sono rimasti incantati a guardarla…per la prima volta in silenzio, dopo tanti anni.
Avevano acceso un fuoco e si stringevano lì intorno sporchi e sbiaditi…mentre io risplendevo come un angelo mandato dal cielo…. entro i cinque giorni, per giunta.
Ascoltatemi bene, cittadini di Betulia…avete dato un tempo a Jahvè, un tempo inutile, ne avete già fatto esperienza eppure continuate a non capire, con questi giorni contati e fissati da chi come voi non può contare e fissare niente a nessuno…vi ho ascoltato per anni ripetere le solite cose su quello che gli altri devono fare o non fare…eppure voi non fate mai niente e nemmeno restate delusi dal tempo che scade, indifferente alle vostre minacce…
E allora aprite le porte della città perché io possa uscire con la mia schiava…andiamo a vedere quest’uomo qualunque che distrugge la terra in nome di un dio…e crede che siamo una sua proprietà…non c’è altra strada per me che guardare la morte negli occhi e lasciarmi guardare da lei… forse per commuoverla con la mia bellezza… la mia irresistibile bellezza…come diceva Manasse…prima di cadere in un sonno di morte… e abbandonarmi da sola…nel buio…
Ma basta, ormai questo è passato. (imperiosa) Aprite le porte…e lasciateci andare!

LETTORE – Giuditta uscì da Betulia, lei e la schiava che aveva con sé. Dalla città la seguirono con lo sguardo mentre scendeva il monte e attraversò la vallata finchè non poterono più scorgerla.
Andarono da sole per la valle e si fecero loro incontro le sentinelle degli assiri che la portarono alla presenza di Oloferne, comandante supremo dell’esercito. Tutti nel campo accorsero a vederla, la circondarono ammirati dicendo: “Un popolo che ha queste donne è pericoloso e non deve sopravvivere, perché potrebbe far perdere la testa a tutto il mondo!”
Quando fu alla presenza di Oloferne, lei si prostrò con la faccia a terra per riverirlo, ma lui ordinò di farla rialzare.

(Solo Giuditta è illuminata, mentre il resto della scena è al buio. E’ a terra, ripiegata su se stessa)

Giuditta – …mi prostrai con la faccia a terra…ma lui ordinò di farmi rialzare…( solleva la testa e assume un’espressione di incertezza, poi di stupore, infine sorride timidamente; tende una mano e si alza in piedi come se qualcuno la aiutasse)
Mio signore…così dissi…mio signore, vengo dalla città di Betulia per parlarti…ho attraversato la valle di Esdrelon…da sola…per vedere il tuo volto… I miei concittadini dicono che vuoi distruggere la città perché non hanno onorato il tuo re come dio…tremano di paura e fanno penitenza…a loro modo fanno penitenza perché il nostro dio li protegga dal tuo dio…aspettano uno scontro tra i cieli che salvi loro la vita…perché il loro andare e venire da un limite all’altro lo chiamano vita…vuoti e inerti come il guscio di una conchiglia…mio signore…sono cicale che cantano alla fine dell’estate come fossero il centro del mondo…ma presto il vento del nord le gonfierà di pioggia trascinandole via….e quando il cielo e la terra andranno in frantumi, nemmeno se ne accorgeranno… per loro sarà come una goccia di rugiada caduta in un pozzo o le ali di una farfalla scosse nel sole…fermeranno il loro stupido canto per ascoltare quel suono lontano…basterà un attimo…e le acque del sonno li copriranno senza dolore e senza paura…felici di aver trovato pietà al cospetto di Dio.
Annientali tutti…che non resti neppure il ricordo…neppure un sospiro…un gemito sotto l’ultima pietra…niente che possa rinascere…finito per sempre…per questo sono venuta…per restare con te.

(pausa)

(sommessa) I suoi occhi ridevano…bruni e dorati come l’ambra…cari e profondi come un’acqua che lambiva il fiume del mio cuore…che io non sapevo di avere… eppure qualcosa si aprì dentro e fuori di me…da un tempo infinito…qualcosa vissuta e dimenticata…di nuovo tornava a bruciare… dentro e fuori… mi apriva… stillando mirra e rugiada… con una dolcezza…intollerabile…
Mi introdusse nella sua tenda, intessuta di porpora e d’oro come il tempio di un dio… Voleva che fossi felice…così disse… a tutti i costi dovevo diventare la più felice delle donne…lui che non era felice si faceva carico della mia felicità…un pensiero davvero incredibile… commovente…mi morsi le labbra per non ridere…ma la risata era già nella gola…sulla lingua…mi voleva felice e nemmeno mi aveva ascoltato…nemmeno sapeva chi fossi…

(in sottofondo, ritmo di tamburi)

I suoi servi portarono cibo e bevande… tutto quello che mi aveva rubato era lì… un immenso banchetto …in mio onore…le mandrie….i frutteti…le mie vigne dorate sulla valle di Esdrelon… fu tutto straziato e distrutto da quelle bocche voraci di barbari….ingozzate di sangue e di vino…coperte di bava e di vomito…per farmi felice…per farsi coraggio…

(socchiude gli occhi assorta nel ricordo)

Sorella mia… amante mia… colomba mia… perfetta mia…così mormorava…pieno di inutile gioia… perchè mi aveva già perduto…la sua acqua sul mio fuoco bruciante cercava l’impossibile unione… mi circondava di luce… tremava d’amore o di un presagio di morte…resta con me, mia diletta…o non restare…sei libera…nessuno potrà mai trattenere la più bella tra le donne… devi andare e venire con un angelo… andare e tornare o restare per sempre…
Ma sentiva il mio corpo dissolversi piano… scivolare tra le sue mani chiuse e ritornare tranquillo sulla strada di Esdrelon… perduto…nell’abisso tra un attimo prima e un attimo dopo…un soffio gelato…e più niente.

(sul fondo, debolmente illuminata, si intravede la schiava)

Finito per sempre. Ad un tratto non si è più disponibili ad essere circondati… diventa impossibile sopportare ciò che è insopportabile… restare uno nelle braccia dell’altro… restare addossati senza spazio per respirare…bagnati di mirra o rugiada o sudore… presi costretti battuti…sorridendo e parlando d’amore…quale amore… come amore…quando felice… chi felice…mia diletta…amata dell’anima mia… e già sprofondava nel sonno…ubriaco di me…scendeva ridendo tra le pallide ombre dei morti e sognava la bella Giuditta, padrona di oro e di argento, di schiavi, di campi e vigneti…
(sorride) Mi aspetta una folla di idioti che piangono, pregano e si sbattono l’uno sull’altro…e una tenda di veli che si apre a ogni soffio di vento… basta socchiudere gli occhi, di notte, per guardare le stelle e la valle fino al limite estremo… E’ questa la mia felicità…l’unica sopportabile…libera e lieve come il vento del deserto… non posso lasciarla al tuo dio…non posso lasciarla a nessuno…mai più…
Ma tu dormi e sogna di me…continua a cercare Giuditta nel mondo dei morti… assediata di abbracci… circondata d’amore… soffocata dai baci…e poi abbandonata a tremare nel buio da sola…senza acqua…né aria…né luce…né mente…né corpo…né vita!

(Lancia un urlo, mentre solleva le mani unite come se impugnasse una spada. La schiava, intensamente illuminata, riprende specularmente il movimento e mima l’azione di uccidere Oloferne con un gesto ampio e fulmineo)

Buio. Suono festante di tamburelli e timpani.

LETTORE – Dopo la morte di Oloferne, loro comandante supremo, gli assiri si persero d’animo e nessuno volle più stare vicino al compagno, ma abbandonarono l’accampamento e si sparsero un fuga sui monti e nella pianura, lasciando il loro immenso bottino di guerra agli abitanti di Betulia.
Giuditta tornò nella sua casa di cento stanze, onorata dai suoi concittadini.
Molti ne furono innamorati, ma nessun uomo potè mai più avvicinarla per tutti i giorni della sua vita.

(Giuditta e la schiava, in penombra sono una accanto all’altra, vestite con l’abito da lutto)
Giuditta( piano, quasi a fatica) …i suoi occhi ridevano….cari e profondi …come un’ acqua che lambiva il mio cuore … ma io non avevo più cuore…la sua bocca stillava miele e rugiada… eppure sapeva di avermi perduta… inutile amore… insopportabile…indimenticabile…
Dimentica.

(con un gesto lentissimo Giuditta e la schiava si coprono il volto con una maschera grigia)

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