La fotografia può essere una forma d’arte, ma quando il talento manca rimane comunque la comunicazione a vari livelli. Due anni fa andava molto di moda l’inquadratura di due calici di vino sullo sfondo marino di una località turistica. Un invito a invidiare una coppia d’amanti e la loro straordinaria presunta felicità. Quest’anno sono andati fortissimo i piedi maschili, fotoscioppati fino a renderli diafani ed efebici, se non fosse stato per la coperta di pelo che si intravvedeva sulla caviglia. A parte questi loop stagionali, restano attivi sempre e comunque i compulsivi del selfie, che ripetono ossessivamente i loro scatti del tutto privi di interesse e le “storie” così insignificanti ed effimere da non essere neppure riconoscibili. Resta comunque la comunicazione. E’ come dire: sono qui, sono io, voglio essere riconosciuto,

ho muscoli, tette, labbra, natiche perfetti, ho un valore, sono importante, divertente, sensuale, amatemi! Seminare selfie per ingigantire la propria solitudine, quando va bene. A me capita sempre di avere in teatro un pubblico variegato, ma con moltissimi giovani intorno ai 30 anni. Mi domando sempre se avranno voglia di seguire lo spettacolo, se si annoieranno. Stranamente il cellulare non viene mai acceso, noto qualche segno di disagio e nervosismo, ma rimangono attenti e all’uscita prenotano per portare gli amici. Il teatro ti costringe a guardare in avanti e in alto, restituisce dignità alla figura umana intenta ad ascoltare quello che altri hanno da dire, ti spinge a riflettere sulla tua vita e su una società di persone vere. E alla fine si potranno fare selfie con gli attori in cui si comunicheranno sorrisi ed emozioni autentiche da ricordare a lungo.

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