Scrive Stefano: Ho visto il documentario Giving voice e ho cercato i testi di August Wilson ma li ho trovati solo in inglese. Possibile che nessuno abbia pensato a tradurli e pubblicarli?
Ti meravigli? Ormai bisogna leggere la drammaturgia straniera in lingua originale, perchè nessuna casa editrice italiana se ne interessa. Esiste solo la traduzione di Fences con una prefazione noiosissima sul black english. Puoi però vedere su Netflix il film Ma Raineys black bottom, riscritto da uno sceneggiatore

e interpretato da una Viola Davis che si è dovuta adattare a tutti gli stereotipi che la cinematografia spesso attribuisce agli afroamericani:
– una cantante blues isterica ma di buon cuore;
– la sua giovane nipote, che la dà con facilità e balla in continuazione;
– il ragazzo con un triste passato, musicista incompreso, assassino;
– i bianchi, despoti proprietari di una casa d’incisione.


Questa drammaturgia di August Wilson è meritevole di aver creato uno spazio teatrale in cui gli afroamericani possono riconoscersi soprattutto nel linguaggio, ma sicuramente non è utile per l’integrazione, anzi è uno stimolo a mantenere gli stereotipi divisionisti. Viola Davis in Giving voice afferma con tristezza che tutto il lavoro di Wilson non è servito a niente e niente è cambiato. Secondo te ci si poteva aspettare qualcosa di diverso? E la stessa competition di Giving voice offre vere possibilità di lavoro per i giovani o li reclude nel solito ghetto gospel? E poichè ho tirato in ballo Netflix, pensiamo pure alla presunta utopia antirazzista di Bridgerton, che invece sviluppa la becera tesi che un nero può integrarsi solo se è bellissimo, ricco e proprietario di un titolo nobiliare.
Una terribile confusione generale, da dimenticare.

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