Questa mattina sono uscita prestissimo, avevo deciso di raggiungere a piedi uno studio di registrazione dove sto lavorando ad un documentario, un urban trekking ben studiato, che mi avrebbe portato attraverso Villa Borghese, via Veneto e poi, continuando verso il Foro, verso le vestigia della Roma imperiale.
Bellissima, splendente città… noi romani ne siamo perdutamente innamorati. Tenevo lo sguardo rivolto verso l’alto, per riempirmi di quella luminosa armonia, ma poi l’ho dovuto necessariamente abbassare.
E allora ho visto centinaia di persone dormire all’aperto (e ha piovuto a dirotto per tre giorni), stanche, malate, senza nemmeno più la forza di chiedere. Era la prima volta che mi rendevo conto di quanto la parte più debole della città è allo stremo, forse perchè a quell’ora di mattina vigili e polizia non avevano ancora provveduto a far sgomberare, a nascondere. Mentre i bar famosissimi erano ancora chiusi,

le persone erano ammassate nei loro androni, nelle aiuole, sotto le mura imperiali, agli ingressi della metro, sulle panchine dei parchi… una umanità abbandonata, che il Comune ha completamente dimenticato, insieme al problema della povertà, demandato alle ultime associazioni di volontariato private.
Roma ha da secoli, addirittura dal tempo della sua fondazione, una tradizione di accoglienza.
Avviciniamoci a chi è in difficoltà, non facciamo sentire chi è povero anche invisibile. Condividiamo cibo, vestiti, offriamo un lavoro, ospitalità nelle nostre case. Una mia amica ha accolto due famiglie con bambini piccolissimi. In molti l’abbiamo imitata e sono state esperienze non facili, che distruggono le abitudini e l’ego, portano a cambiamenti interiori e, quando finiscono, lasciano una grande nostalgia.
Cerchiamo di fare quello che possiamo, di dare tutto il superfluo che è moltissimo, ma offriamo anche solo una parola, un sorriso, una stretta di mano.
Forza romani, riprendiamoci tutta la solidarietà della nostra meravigliosa città.

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