L’amico Ges.S. fa una domanda. C’è un qualche genere di bellezza e poesia nel rifiuto all’interno delle relazioni? Si potrebbe pensare di sì, visto quanto se ne occupano gli artisti. C’è del sublime nel sentirsi dire: “Io non voglio stare con te”?

Ges è una persona straordinaria, fuori dagli schemi, e quindi non mi stupisce mai niente di lui, sempre alla ricerca di significati particolari nel senso comune delle cose. Per rifiuto usa la parola rejection, molto forte, quasi a indicare un ottuso respingimento. Credo che ogni emozione umana sia poetica e poetabile. Il rifiuto come abbandono nell’amicizia è spaventoso, inaccettabile. Se ne parla poco anche in letteratura, zero in teatro. Il rifiuto nelle relazioni amorose è invece prevedibile, spesso annunciato da un cambiamento comportamentale. Io credo che tutti siamo una cosa sola, che non ci sia separazione. E’ solo l’ego che

ci fa percepire gli altri come diversi da noi, ci pone un velo di separazione davanti agli occhi. Da bambini lo sappiamo inconsciamente, poi le influenze esterne ci corrompono. Questo tipo di illusione non è poetabile, è razionale anche se sembra paradossale e gli artisti, nel momento in cui trattano questo argomento, non si accorgono di essere sempre e solo dei bravi dilettanti, che spacciano per realtà l’inconsistenza del gioco amoroso e della sua espressione, sicuri di avere successo. Questo è quello che interessa a ogni tipo di pubblico: essere assecondati nel guardare attraverso il pesante velo di maya, veicolo di sogni e incantamenti e madre di ogni illusione.

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