Cuori sopravvissuti

La maliconia ci raggiunge nei momenti davvero inaspettati e a dispetto della fanfara incessante sul noioso e insopportabile pensiero positivo.  Anche la persona più equilibrata e vigile ha nostalgia di qualcosa o qualcuno, di un’azzurra lontananza , come scriveva Hesse,  che si colloca nel futuro o nel passato, misteriosa e carica di rimpianto o  promesse, una specie di junk food profumatissimo che ci lascerà appesantiti e nauseati. Un  miraggio, un attaccamento tossico come altri.
Le  persone che ci hanno abbandonato e che abbiamo creduto di amare lasciano una scia luminosa carica di elettricità. Toccarla significa prendere una scossa così forte da riempirti gli occhi di lacrime.  Eppure, se  fossimo davvero centrati e radicati in noi stessi, tutto questo sarebbe secondario e non avrebbe più senso continuare a identificarsi con qualcosa di separato e doloroso.  L’abbraccio di mia madre, l’allegria di mio padre, la profonda risonanza emozionale con quell’amica speciale, il paese che  ha rapito il cuore, le esperienze magnifiche e folli della giovinezza…tutto è perduto, spento, sostituito dai sensi di colpa. Avrei potuto essere migliore? Cosa ho sbagliato? Perchè ero inconsapevole di essere felice?
Quando persi un’amica che amavo moltissimo, mi si spezzò il cuore. E non solo in senso metaforico.  Mi ammalai e il cuore, appunto, nella sua sofferenza, disegnò l’entità e le caratteristiche dell’evento. Come quando da piccoli ci facevano colorare disegni già predisposti.
Oggi questo cuore sopravvissuto tenta di fare il duro, decide di non amare più con grandi proclami pubblicitari, si illude di essere centrato e di guardare il junk food senza identificarsi con esso. Si chiude, si blinda, di copre di aculei e filo spinato…ma suo malgrado resta un  bambino, ingenuo, fiducioso e pieno di speranza, che non impara mai niente dall’esperienza, ma rimane puro e accogliente, fragile e bellissimo come un cristallo.

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