Divino John…so much gravity

Quando una casa di produzione  accettò inaspettatamente una proposta di documentario sui concerti Crossroads, di colpo mi resi conto della mia follia. Come mi era venuto in mente? Che ne sapevo di come ci si rapporta con una rock star? Le mie mediocri conoscenze musicali mi avrebbero assistito? Mi sentivo così misera, così poco professionale. L’operazione di autosabotaggio era più distruttiva del solito, dal momento che, certa che nessuno si sarebbe interessato all’idea, avevo stilato con spensieratezza una lista di mostri sacri del pop, blues e country, icone della potentissima Fender Stratocaster. Invece iniziò uno dei periodi più interessanti della mia vita. Gli artisti con i quali sono venuta in contatto erano  persone perennemente sotto stress, perché il ritmo serrato dei concerti li portava a sere alterne in città diverse, davanti a migliaia di fan che si aspettavano il massimo della soddisfazione. Non avevano  la possibilità di dormire il tempo giusto per recuperare e, tranne Keith Urban per ovvi motivi, non avevano neppure la possibilità di mantenere una serena vita privata. Immaginavo personalità di acciaio, gente spavalda, dura, arrogante. Niente di tutto questo. I nostri favolosi interlocutori apparivano fragili, insicuri, sempre timorosi di lasciar trapelare qualcosa di più o di troppo. Rispetto a che, non si capiva. Ricordo certe telefonate angosciate nel cuore della notte da parte di un cantante e chitarrista eccelso, preoccupato da quelle che a me parevano inezie ingigantite da un perfezionismo maniacale. Sembrava sempre mezzo addormentato, con il suo modo di parlare strascicato e atono, ma era sveglio e lucidissimo, con un cervello capace di scovare ed estirpare ogni minimo errore suo e nostro. “Io non sono un virtuoso, potrei esserlo ma non mi interessa, vorrei solo trasferire la mia anima sulle corde della chitarra, ma l’anima sfugge, si ritira e quella parte che arriva alle dita è insufficiente, superficiale. Sai, quello che oggi chiamiamo blues è solo merda rimangiata e rivomitata”.  Si dichiarava sempre alla ricerca del nuovo, dell’ assoluta rispondenza tra emozioni e creazione artistica, incapace di sopportare banalità e qualunquismo. Quando il nostro lavoro finì, si è girato molte volte per dire grazie di avermi sopportato, grazie di tutto. Ogni tanto si fa risentire, racconta, chiede piccoli interventi, riassunti del lavoro fatto, brevi commenti per la cover del nuovo CD. “Ma in America non hai chi ti fa queste cose?” gli chiede Francesca, la nostra interprete, sempre molto diretta.  “Si, si, oh si, ma..”  “Ma?” chiedo io, sinceramente curiosa. “Ma magari a te viene in mente un pitch originale!”

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