Garder le silence

Una sera di qualche tempo fa (era ottobre, ma non ricordo nè il giorno nè l’anno) facevamo uno spettacolo, con il teatro stracolmo nonostante l’incipiente pandemia. Eravamo felici perchè la compagnia avrebbe fatto un bel giro dei teatri italiani per un anno produttivo in ogni senso. E invece ci aspettava il

lockdown e ricordo bene quando con la promoter chiudemmo il teatro e ponemmo catene e lucchetti. Ma le sventure non erano terminate. Il nostro adorato regista scoprì pochi mesi dopo di avere una gravissima malattia degenerativa che in poco tempo lo ha distrutto fisicamente. Lui, la sua bellissima voce, la sua gioia di vivere, tutto annientato. Il cuore si spezza, un modo di dire molto vicino alla realtà. E’ come andare avanti in un tunnel crollato, facendoti strada a mani nude tra le macerie. Come quando sono morti i miei genitori e tutto mi parve finito, l’amore, l’accudimento, l’idillio dell’infanzia, il legame profondo di anime, l’appartenenza. Le cose terminano così, come non fossero mai esistite, come se la loro vitalità alla fine risultasse solo un gioco volatile e perverso. I pezzi perduti non permettono di ricostruire l’intero. e la realtà ultima è che tutti siamo completamente soli anche se non abbandonati.
Fare le solite cose non aiuta, farne di nuove aiuta ancora meno. Da bambina avevo un carillon con due danzatori tirolesi. Giravano in circolo fino al termine della carica. Estranei l’uno all’altra, immersi in quella ripetitività che li completava. Mi pare che sia così anche la vita: girare in tondo e farsi compagnia, magari senza essere connessi. Continuo come prima a sentirmi in un equilibrio vulnerabile, a guardarmi intorno, a fotografare persone, situazioni o stati d’animo, ma per il teatro non ho scritto più niente. Ne parliamo, si fa qualche progetto fingendo entusiasmo, ma poi ci si perde in altri lavori, più lontani, estranei, freddi, come il pensiero di un amore che ha tradito.

Comments

comments