LE DOMANDE DI PINA

Alcuni anni fa  al Festival di Spoleto ebbi la fortuna di vedere l’ultimo spettacolo di Pina Bausch. Era un’opera “incompleta”, perché lei era morta alcuni mesi prima e nessuno dei suoi collaboratori l’aveva ultimata. Giustamente. Nel secondo tempo, quindi, si ripeteva la coreografia del primo. Mi trovai immersa in sensazioni che toglievano il respiro: il profumo del cardamono, i ballerini che volavano quasi in assenza di gravità, l’acqua che inondava il palcoscenico…si aveva voglia di un terzo tempo uguale al primo e al secondo.  Tutto appariva casuale, privo di una storia, di qualsiasi simbologia, di tutti quegli elementi a cui siamo abituati perché così si fa e perché si è sempre fatto così.
Ricordi, angosce, impulsi, malinconia, nostalgia dell’infanzia, tutto e il suo contrario dilatavano lo spazio scenico trasformandolo in un immenso polmone, aperto o affannato, dove si respirava la storia della nostra vita. Lo spettatore combatteva, all’inizio, tentava di resistere, ma poi era costretto a lasciarsi andare, cambiare prospettiva e perdersi. Sul programma di sala lessi che ogni coreografia di Pina Bausch nasceva dalle domande che lei rivolgeva ai danzatori, da piccole sequenze che loro stessi improvvisavano e che lei sviluppava, intrecciava e modificava seguendo il ritmo naturale di ciò che si andava manifestando spontaneamente. E in scena voleva solo ciò che  poteva essere effettivamente utilizzato, quindi pochissimi elementi: qualche sedia da rovesciare in un momento di rabbia o su cui sedersi quando il dolore per la perdita dell’innocenza si faceva insostenibile. Ogni movimento è accettabile, perché il corpo emana emozioni, non regole accademiche e la danza è vissuta come impotenza a danzare, come nostalgia di un mondo classico perduto ma non rimosso.
A Spoleto, alla fine dello spettacolo, i ballerini si ritirarono dietro le quinte e il palco  rimase vuoto per un lunghissimo tributo del pubblico a lei, ormai perduta: ai suoi lunghi capelli, ai costumi coloratissimi e svolazzanti, a quel bisogno di tenerezza e protezione dell’infanzia, ai riti di umiliazione delle donne,  alla voglia incontenibile di volare, ma soprattutto giocare… perché noi questo siamo, eterni bambini.

Comments

comments