Smarrirsi | ilfoyer.net, di Maurilio Di Stefano

Dal sito ilfoyer.net (https://www.ilfoyer.net/Recensioni/548/SMARRIRSI)

In sei repliche, dal 20 al 25 ottobre, è in scena in prima nazionale al Teatro Trastevere lo spettacolo Smarrirsi, per la regia di Paolo Perelli.
Tre monologhi raccordati dalla comunanza di temi, toni e intensità. Tre donne. Tre storie di madri e figlie, e solitudini, traumi, incomprensioni. In una parola, la difficoltà: di essere madre, di essere figlia, di essere donna.
Si tratta di ‘Baby Blues’ scritto da Paola Moretti, ‘Lei, una ragazza’ di Maria Sandias e ‘Stasera vedrai’ di Gabriella Olivi.
Ad aprire le danze è l’attrice Livia D’Ingegno, che porta in scena il suo personaggio all’insegna di magrezza, cliniche, flebo, psicanalisi, occhi spenti, un rapporto complesso con la figura materna e con il campo di battaglia che è il proprio corpo, nonché di una malattia mai nominata ma che aleggia e incombe palpabile. Ottima nella mimica, nell’espressività e nelle esplosioni emotive, l’attrice non è purtroppo aiutata da una certa staticità nelle scelte dei ritmi e da un testo che pur continuando a giustapporre immagini non riesce ad aggiungere molto altro rispetto a quanto lasciato intuire nei primi minuti. Pregevoli i giochi di luce su schermo in opposizione al quale si staglia l’esile corpo oscuro della protagonista come un’ombra in sovraimpressione.
Una giovanissima e convincente Gaia Salvi interpreta il monologo centrale, che condivide con il primo una scelta forse troppo simile di caratterizzazione del personaggio e cadenza del parlato e un testo altrettanto criptico e tautologico; ma il tutto è ben impreziosito dalle coreografie di gruppo e dalla costante presenza in scena di tre maschere mute, attori danzanti ora presenze ora spettri, ora statue ora incubi, con mani che mordono come chele a evocare il mestiere della ragazza, pescatrice di gamberi di fiume.
Chiude la rappresentazione Ausilia Muscianese, che dopo le storie di due giovani figlie interpreta invece una madre, lanciandosi in un finale intenso dal pathos struggente e accorato. La presenza massiccia e ininterrotta del supporto audiovisivo a volte distrae dalla sua performance, ma l’attrice riesce lo stesso a restituire al pubblico l’atroce disperazione di una madre che perde la figlia nel terremoto di Amatrice (2016), culminando nell’apice drammaturgico dell’intero spettacolo, ossia la brillante intuizione di associare la fuoriuscita della neonata dal grembo materno all’estrazione dei corpi dalle macerie prodotte dal sisma.
Degna di menzione è la presenza sul palco di Anna Carrera, interprete dal vivo delle canzoni di scena con la sua voce languida e lacerata, tanto più funzionale all’azione quanto più le si concede, soprattutto nel finale, una certa interazione con le attrici.
Per intenzionale o spontanea che sia, quella doppia valenza del titolo, che può significare tanto perdere la via quanto perdere se stesse, traspare nelle esperienze di smarrimento e ritrovamento di queste tre voci che parlano per tutte le incarnazioni femminili del mondo e del tempo, ricche di tante, così tante, infinite “storie da raccontare, fino a quando donna sarò”.