Spogliarsi

Jerzy Grotowski nei suoi seminari si domandava perchè dedicassimo tanto tempo all’arte di fare teatro. Certo non per insegnare qualcosa agli altri, diceva il maestro, ma per cercare di conoscere quello che ci hanno dato la nostra esistenza, il nostro corpo, le nostre esperienze personali e irripetibili. Per rompere le barriere che ci circondano, per liberarci dalle nostre inibizioni, dalle menzogne su di noi che nella vita di ogni giorno serviamo agli altri e a noi stessi, dai limiti provocati dalla nostra ignoranza e dalla mancanza di coraggio; in sintesi, per riempire il vuoto che è dentro di noi, ovvero per realizzarci.  Lottiamo e soffriamo per ritrovare e toccare chi siamo per davvero. Vediamo il teatro come il luogo dello svelamento e della provocazione, della sfida che l’autore e gli attori lanciano a se stessi e agli altri. Il teatro ha senso solo se ci consente di spogliarci degli stereotipi della nostra morale e della morale comune, dei vecchi schemi di giudizio, della facciata che mostriamo nella vita quotidiana.  Rivelarsi è uno shock, la suprema delle vergogne, la situazione in assoluto più spaventosa che si possa immaginare. Lasciare che i  mostri abbandonino l’oscurità nella quale li abbiamo relegati per trascinarsi sulla ribalta e parlare oscenamente a un pubblico di estranei di ciò che è straordinariamente intimo e inaccessibile. E poco importa se questo dono inestimabile di sè verrà recepito nella sua interezza, basterà che qualcuno vi si abbandoni solo per un attimo perchè in ogni caso si compia la magia del teatro.

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