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Mi capita spesso di pensare insistentemente a vecchie ferite e alle persone che me le hanno inferte…una storia infinita. E’ come se non si potesse mai guarire dal passato e dai suoi tormenti. Ci si aggrappa tenacemente  alla sofferenza, credendo che non sia possibile allontanarla e, anzi, prevedendo che sarà la nostra compagna per tutta la durata della vita. Bisogna ammettere che c’è un gusto sadico nell’andare a rimestare nel vecchio dolore e trattenerlo a forza con tutte le possibilità che comporta: lamentarsi, giustificare gli insuccessi, pianificare il proprio immobilismo, sguazzare in una infelicissima ma sicura zona di conforto. Il passato e le sue ferite sono solo un pensiero e quello che importa è ciò che sto facendo adesso, il mio processo creativo nel presente. Come afferma Tolle, non c’è spazio per la sofferenza nel “now”, in quanto il corpo di dolore può avvicinarsi e comunicare solo se noi glielo permettiamo. Allora tutto può precipitare: grattiamo le ferite e ne esce sangue anche se erano completamente rimarginate.  Dice Raffale Morelli che il cervello è fatto per produrre cicatrici, allontanare traumi e andare avanti e non c’è nulla che duri per sempre, né il  bene né il male. Basta lamentarsi, iniziamo a vivere!  Con coraggio, gioia, fiducia, smettendo di andare a cercare la felicità là dove ci è già stata negata. Cominciamo con le piccole cose, fino a costruirci un pensiero nuovo che ci impedirà di andare a toccare le vecchie e inutili ferite di un tempo che non esiste più. Onward!!!

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