Foreva biutifu

Ho visto una donna correre nel parco.  Non era magra, nè indossava un tutina sexy, nè aveva le scarpe colorate da corsa… piuttosto in carne, con una gonna larga, scarpe molto datate con tacco, capelli grigi scomposti in una lunga treccia. Mi è sembrata un simbolo di libertà e di anticonformismo, bellissima con quella lunga gonna a pieghe che le si avvolgeva intorno alle gambe e il seno che sembrava assecondare gagliardamente il ritmo del respiro. Correva e correva, tracciava linee ideali come cerchi nel grano,  come se dal movimento delle gambe dipendesse la sua vita, come se non avesse passato e futuro ma solo quell’eterno presente. Sono rimasta affascinata a guardarla a  lungo, finchè non mi è passata davanti e ha lanciato un’occhiata di odio puro al mio cane che le ha tagliato la strada,  anche lui bello e libero, anche lui felice dietro a uno scoiattolo. Quell’unica occhiata ha distrutto l’incanto,  il miracolo, ha ridotto in frantumi l’ideale magico che si è immediatamente ricomposto in  una realtà  sciatta e sgradevole. Perchè la bellezza, sempre e soltanto, è negli occhi di chi guarda e si manifesta al di là delle forme fisiche,  più veloce di un lampo, più effimera di un sogno.

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