Grassi contro magri

Oggi avevo proprio intenzione di scrivere qualcosa su Jon Fosse, acclamato drammaturgo norvegese. Volevo parlare del saggio di Leif Zern su di lui (Quel buio luminoso) e invece ho trovato nella posta la mail di una sceneggiatrice che conosco da molto tempo, con cui ho collaborato e che ho sempre stimato. La mail si può riassumere in una domanda:”Credi davvero, Paola, che valga la pena di continuare a scrivere per il teatro qui in Italia?” Sono fondamentali le ultime tre parole.
Cara amica, ti ricordo quando abbiamo lavorato insieme allo SNAD, con Tritto, Carsana e Chiusano. E quando abbiamo fondato il Gruppo di ricerca drammaturgica…ti ricordi il Palazzo delle Esposizioni? Il direttore dovette mettere le transenne per arginare la folla di gente che venne a vedere il nostro Accadde a Roma non-stop. Grazie a Maria Sandias abbiamo potuto lavorare con il Comune di Roma e con la Provincia, mentre una domanda sempre si insinuava nelle nostre conversazioni. Cui prodest? A chi giova? A noi no. E quando una celebre attrice ci fece scrivere i testi di “Accadde in Sicilia” e poi ne fece solo  un laboratorio a Erice? Come se scrivere per il teatro fosse una cosa facile, come se ogni volta non si dovesse mettere in gioco l’anima. Il grasso  Jon Fosse dice apertamente che l’anima e l’esperienza autobiografica gli sarebbero d’ingombro. Si mette nel suo studiolo spartano davanti al mare e ascolta. Ma chi si può ascoltare se non se stessi? Lui dice che ascolta voci da mondi extracorporei. In genere significa che si copia.  Se lo fa, copia bene, da grande artista.
Noi, a testo concluso, abbiamo dovuto trattare con registi che hanno tagliato e modificato senza nemmeno interpellarci, incapaci di guardarci negli occhi o anche solo parlarci al telefono per comunicare apertamente le loro perplessità. Infine, il testo in scena resta pochi giorni, se appunto non sei il grasso Jon, ma un piccolino debole e sempre controcorrente. Neanche i promoter ti si filano, perchè non ti danno un valore economico di un qualche interesse. Qui in Italia. Nel Regno Unito  Helter Skelter, per fare un esempio, va in giro da due anni, come fu per “L’amore insolente” e “Una strana follia”. Le compagnie fanno quello che possono per portare avanti un lavoro in cui credono. Lo leggono in teatrini e biblioteche di provincia, poi se piace fanno letture drammatizzate e infine, se il pubblico continua a gradire, mettono in scena e partono. Un altro mondo.  Qui in Italia non conviene continuare a insistere, cara collega, la tua era certo una domanda retorica. E’ tempo e fatica sprecati.  Almeno per quanto mi riguarda, quello che sto scrivendo è proprio l’ultimo testo teatrale. Lo scrivo per me, perchè ne ho bisogno, per chiudere un ciclo, per entrare in quel mondo astrale dove gli attori recitano senza ego, i registi amano gli autori,  i teatri sono splendidi e a tua disposizione, la gente è felice di partecipare e il drammaturgo è sempre grasso, prospero e soddisfatto.
E comunque Jon Fosse mi piace.
Sei lì?
(pausa)

Sì sei tu
Certo sei tu.
Te ne stai seduto lì.
Perchè stai seduto lì.
Si sei tu
Certo sei tu.

In realtà  questo dialogo, questo parlare senza dire niente, è un esempio di  una normale e vera comunicazione tra esseri umani. Le emozioni, se ci sono, vanno desunte dal complesso dell’opera.
Prova però a tirar fuori un testo del genere qui in Italia. Dopo un po’, nel silenzio, si ode il sedile del critico che sbatte e lui che se ne va a scrivere con odio che sei prolisso,  noioso e ripetitivo.  Amen.

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