HO INCONTRATO VENERE.

Correva nel parco, non era giovane, nè palestrata, nè indossava una tuta tecnica, nè aveva scarpe da corsa stilose, come la maggior parte delle creature perfette che si allenavano sui prati.
Aveva una corporatura possente, una gonna larga e incolore, sandali sformati, capelli grigi che sfuggivano alla prigionia di una lunga treccia. Tra le mani stringeva qualcosa che assomigliava a una sciarpa,

ma il tessuto sembrava troppo leggero Era un velo, di quelli che indossano le suore.
Lo aveva tolto per essere più libera, non identificabile.
Correva affannata ed energica, tracciando linee sinuose come cerchi nel grano, come se delineasse un’area sacra, come se dal ritmo imposto alle gambe dipendesse la sua vita e quella dell’universo, senza passato nè futuro ma nella spirale di un eterno, magico presente.
Era la prima bambina dell’Universo, Madre Natura tra le sue creature, un’essenza viva e misteriosa che attraversava secoli di storia e di barbarie, uccisa, mutilata, bruciata, stuprata, umiliata, ma sempre rinata forte, potente indistruttibile. Era la dea Venere, genitrice di dei, uomini, animali e ogni creatura della Terra, custode amorosa che nutre e protegge. La terra rinverdiva sotto i suoi sandali, un profumo nuovo e vibrante si spandeva sui prati e circolava sui rami degli alberi, gli uccelli e il vento tacevano onorando la presenza divina. Quella corsa sfrenata raccontava che per creare è necessario rompere le barriere, liberarsi dalle inibizioni, dalle menzogne, dai limiti accettati per così tanto tempo da sembrare ragionevoli scelte. Cambiare le regole, ecco la nuova regola.
La donna si fermò all’improvviso, ansante, si rimise il velo sui capelli sudati e si allontanò, anonima e inosservata.
Perchè la vera bellezza è sempre e soltanto negli occhi di chi guarda e si manifesta al di là delle forme fisiche, più veloce di un lampo, più effimera di un sogno.

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