KIBBUZ!!!

Ho cinque anni e sono felice perchè è il giorno del mio compleanno, anche se dovrò passarlo a scuola.
– Cosa c’è da ridere in quel modo? – dice la maestra – Non c’è merito o demerito a compiere gli anni.
Smetto di ridere e nascondo le mani dietro la schiena.
– Fa’ vedere – dice lei -Hai di nuovo lo smalto sulle unghie?- Afferra le mie mani spruzzate di rosso.


– E’ bello, mi piace! – strillo, piango e faccio cadere le costruzioni di mattoncini.
Lei prende l’acetone e mi strofina le unghie fino a farmi male, mentre lo smalto si diffonde sulla pelle. Smetto di divincolarmi perchè adesso ho le mani tutte colorate di rosa e sono proprio bellissime per un compleanno.
Lei mi porta al bagno, ma lo smalto resiste all’acqua corrente, al sapone e a lei che strofina.
– Questa è una scuola, non è un kibbuz! – ripete tante volte.
– Cos’è un kibbuz? le chiedo
– Un posto dove quelli come te fuori controllo vengono inquadrati! –
Sì, non ero una bambina facile, ma avevo tanti motivi per essere arrabbiata.
La maestra si calma e mi riporta in classe senza più una parola.
La sera chiedo a mia zia notizie sul kibbuz e lei mi dice che è un posto fighissimo dove i bambini sono felici.
Ero abituata al fatto che gli adulti avessero varie versioni della stessa realtà.
Ma lei mi spiega che nei kibbuz israeliani di un tempo c’era la Casa de bambini, dove non venivano seguiti dai genitori ma dagli “zii” che si occupavano della loro educazione. Era una grande innovazione nel campo della pedagogia, disse. Della sua lunga spiegazione compresi che mia zia, giovane e bella, mi voleva bene ma non desiderava bambini, non voleva responsabilità così forti.
Ho pensato tante volte a lei e a Israele: sicuramente le madri non potevano viziare i figli e quindi non avevano nemmeno la possibilità di renderli dipendenti e pressanti, come spesso accade oggi.
Noi adoriamo i nostri bambini, ma certe volte ci rendono esausti, tolgono la forza vitale, assorbono del tutto l’attenzione, ti fanno sentire in colpa se esci o viaggi senza di loro e ti addebitano per sempre ogni piccolo errore.
Ieri pomeriggio, mentre una gentile estetista mi metteva lo smalto, questo ricordo mi ha riempito di tristezza, era così forte, vivo, violento. Volevo scappare.
Poi la sera ho ascoltato un bellissimo mantra indiano e in me è tornata la pace, il nostro stato naturale fuori dalle identificazioni nei ruoli e dai ricordi.

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