Lidija e Cechov

Certe volte è difficile spiegare, se non addirittura capire, ciò che accade. E in sostanza non è che fosse accaduto granchè. Ci eravamo guardati negli occhi. Tutto qui. Ma era stato moltissimo. Fu come se nel mio cuore fosse esploso qualcosa, fu come un razzo che spiccava il volo gioioso, entusiasta. Non ebbi alcun dubbio che Anton Pavovlic avesse provato la stessa sensazione e ci guardammo stupiti, felici.”
Ho avuto la possibilità di leggere (ormai credo che non esistano più  copie in commercio) “Cechov nella mia vita” di Lidija Avìlova, la storia di un’amicizia con sfumature particolari, di una passione incapace di manifestarsi oltre il gioco delle parti. Lei era sposata a un uomo che descrive forse a torto come arido, gretto, geloso del “talento” letterario della moglie e della sua frequentazione, peraltro gestita al fine di non suscitare chiacchiere, con lo scrittore. Per parlare d’amore usarono i testi di Cechov, indicando il titolo di un racconto, la pagina, la riga,  la battuta di un testo teatrale o  altri giochi romantici e  poco impegnativi.  Solo una volta lui le chiese di assistere a una replica del Gabbiano a porte chiuse, loro due  e gli attori. Dirà di no, per mille motivi, mettendo comunque sempre davanti  la famiglia, i bambini e il marito. Chi era questa strana signora,che usò la fama e le conoscenze di Cechov per pubblicare i suoi testi, non particolarmente dotata come scrittrice, irritata dalle giuste critiche che il drammaturgo faceva ai suoi racconti? Gli elementi di giudizio ci sono: un amore epistolare, con litigi, drammi e sogni di cartapesta, un equilibrio di sapore cechoviano sapientemente gestito tra famiglia e contenuto desiderio di trasgressione.  Il limite non è mai superato in apparenza, forse perchè l’amore non è ciò che desiderava veramente Lidija, tendenzialmente fredda e calcolatrice, più propensa a mantenere la propria zona di conforto separata da progetti irrealizzabili per una piccola borghese. E se il suo nome non è stato dimenticato è solo perchè associato a quello di lui, marginalmente e a torto, come  di un’amante segreta.
Se avesse scelto Cechov sarebbe forse diventata una grande scrittrice,  perchè lui l’avrebbe corretta e stimolata, ma  non era questo il suo interesse primario. Non voleva “una stanza tutta per sè”, non le interessava dedicare la vita alla scrittura, non era neppure disponibile a correggere gli errori dei suoi scialbi racconti. L’autostima le arrivò solo con la morte del marito e dell’improbabile amante. Questo è stato da sempre l’errore più grande delle donne: dedicarsi marginalmente alla realizzazione personale e appoggiarsi a un deus ex machina in grado di catalizzare l’attenzione e  rendere interessante ciò che sarebbe  da considerare banale.  Tutti hanno bisogno di fortuna e di aiuto lungo il cammino, ma è preferibile non tirare in ballo l’amore. “Ti amavo, amavo te, soltanto te… Ti pensavo in continuazione, ogni momento. E quando ti incontravo non riuscivo a smettere di guardarti. Era una felicità tale da risultare intollerabile. Non mi credi? Amore mio non mi credi?”

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