Making a murderer, qualche riflessione

Onore a Laura Ricciardi e Moira Demos che hanno speso ben  10 anni della loro vita per realizzare questo stupefacente docufilm, prodotto da Netflix, sulla storia agghiacciante di Steven Avery e della sua famiglia.
Non penso sia il caso di raccontare l’intera vicenda, nota a tutti grazie al successo planetario della serie, basata su interviste, filmati, riprese autentiche del processo,  un montaggio e una colonna sonora (a volte minimale) straordinari.
Quello che mi chiedo è se a qualcuno è venuto in mente di fare una raccolta fondi per mettere Steven in condizione di avere una revisione globale del processo basata sulla inammissibilità delle prove del DNA fornite da poliziotti e avvocati corrotti. Come afferma uno degli avvocati della difesa, dobbiamo tutti ricordare che quello che è accaduto a Steven Avery (o anche al nostro Bossetti, unico indiziato  per l’omicidio di Yara Gambirasio) può accadere a tutti noi in qualsiasi momento.
Possiamo essere determinati a non commettere mai un omicidio, commenta amaramente l’avvocato, ma nessuno può essere sicuro di non essere, da innocente, accusato, indagato, condannato e chiuso in carcere per il reato di omicidio.
Quello che fa inorridire è  l’osservazione della micidiale macchina della corruzione, che non potrà mai fermarsi o arretrare, perchè come uno tsunami trascinerebbe con sè persone, strutture e sistemi di credenze. Tutto questo potrebbe aprire gli occhi ai ciechi, forse, ma non è detto, perchè non vedere, non sapere e fingere di non capire ci esonera dal metterci in discussione tenendo ben al sicuro l’ego e la sua ottusa diffidenza.

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