NOMEN EST OMEN (Plauto)

Ho sempre detestato il mio nome e tutti i diminutivi con cui mi chiamano: paoletta, paolina, pauline, pablita, titti, titì, pao, eli, nina, pupa e altro. Sono nata lo stesso giorno e mese di mia zia e ho il suo stesso nome e cognome. Una appropriazione culturale imposta. Lei era una giornalista e teneva una rubrica di critica musicale e teatrale per un quotidiano di Milano. Le parve un miracolo che a me piacesse scrivere e suonare diversi strumenti. Voleva un clone, in un certo senso. Ma il nome è qualcosa di sacro e dovrebbe essere scelto personalmente, perchè collegato all’Io sono, ovvero la propria identità, il costume teatrale che indossiamo nella vita su questo pianeta e a cui teniamo moltissimo. Non mi sono mai riconciliata con tutto questo, ho sempre provato un senso di vergogna e rifiuto.

Una volta il drammaturgo Gigi Lunari mi consigliò di inventarmi un nome inglese maschile, perchè come donna avrei avuto più difficoltà ad affermarmi nel teatro. Lo feci ma durò poco. Quando scrissi romanzi rosa per una celebre collana, l’editore volle che scegliessi un nome esotico e per un po’ ebbi una identità fighissima. Mia zia non si offese mai, continuò a riderci su e ad amarmi. Avrei potuto usare gli altri nomi con cui mi avevano battezzato, Luisa e Gabriella, ma poi non avrei più avuto un motivo valido adolescenziale per essere arrabbiata con la mia famiglia.
Ma se qualcuno pronuncia il mio nome con amore vero allora mi viene da piangere, perchè mi sento travolta da un senso di unicità e accettazione.

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