Sono tornata a Findhorn

perchè non posso farne a meno. E’ la mia patria spirituale, un luogo dell’anima e delle emozioni che fa parte di me da moltissimi anni, da quando da bambina lessi qualcosa su Eileen Caddy. Il solito volo tranquillo fino ad Amsterdam e poi il minuscolo aereo ad elica per Inverness. Mi terrorizza guardarlo e so che il tragitto non sarà affatto esente da momenti di panico. Lassù, nel cielo del Nord, sotto il circolo polare, fluttuare tra le nubi in balia del vento, circondata da poche persone terree in viso, mi domando per quale motivo continuo a tornare in questo posto scomodissimo da raggiungere, un ecovillage sperduto nella baia di Moray. Forse perchè qui mi aspettano tanti amici sinceri? Non credo, da qualche tempo le persone non mi interessano particolarmente. Mi piace conversare con la gente, ancora di più mi piace dimenticarmene prima possibile.
Da qualche tempo sto meglio da sola e  tutto lo spazio liberato dalle chiacchere e dalle amicizie soffocanti si è riempito di creatività e di altre meraviglie da gustare in silenzio.
Un taxi mi deposita davanti al giardino di Alice, la mia affettuosissima amica irlandese che ha già preparato il tè alla menta e i biscotti con il miele. Il tempo è bellissimo e Alice mi chiede se ho portato il costume perchè domenica ci sarà una grande festa sulla spiaggia. Certo, l’ho portato, anche se dovrò indossarlo con la giacca a vento, visto che c’è qualche centimetro di neve. Nei giorni seguenti vado a trovare gli amici. Tutti mi preparano da mangiare. Penso che anche nella tradizione abruzzese poche cose sono nobili quanto preparare del cibo per un amico. Craig mi abbraccia con affetto e mi porta nel  laboratorio a vedere le sue nuove ceramiche. Mi dà della creta finissima e mi invita a creare qualcosa.  Ci sediamo vicini e per ore rimaniamo in silenzio, ognuno immerso nel suo lavoro. Ogni tanto mi guarda e sorride soddisfatto. L’amore ci circonda e guarisce ogni separazione. Se le esperienze che facciamo sono il risultato delle nostre percezioni selettive, perchè non adeguare le nostre lenti e guardare attraverso le finestre dell’amore anzichè da quelle della paura, del voler avere ragione, della solitudine e della colpa? A Findhorn è più facile lasciarsi andare a quello che si è, senza sovrastrutture.  Findhorn è uno stato interiore, mi ricorda Joshua davanti a un piatto di linguine al salmone, bisogna essere in grado di entrare in esso ogni volta che ne abbiamo bisogno. Non dobbiamo necessariamente essere legati a un luogo geografico. Ma lui è lì che abita, dopo lunghi viaggi, lavori e amori in tutto il mondo.
Per molti giorni mi aggiro nell’ecovillage, lavoro negli orti di Cullerne, in cucina, passo l’aspirapolvere nel tempio, accendo una candela bianca e delicata fatta   da un artigiano attento  e la circondo di piccoli fiori raccolti in giardino. Incontro Marion, di ritorno da Tokyo e Adrian mi mostra le ultime essenze floreali. Cammino, parlo, mangio, medito. E piano piano si fa strada la guarigione, si mette in atto il processo che mi consentirà di sopravvivere e agire, accettando me stessa e gli altri. Smetto di manipolare il mondo esterno con il pensiero ossessivo di come dovrebbe essere e il mio mondo interiore ritrova la pace. Non so come accade, ma mi sento straordinariamente bene. Posso tornare in Italia, almeno per un po’.

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