Una delle tematiche

che ho cercato spesso di mettere in scena in teatro è quella della mancata elaborazione del dolore nella nostra società anonima e inconsistente. Prendiamo esempi apparentemente banali: il matrimonio e i figli. Quando mi sono sposata piangevo disperatamente, perchè capivo di dover dare un addio a tutto quello che ero stata, alla mia indipendenza, alla possiblità di decidere qualsiasi cosa per me stessa senza prima fare sharing con un altro, pur se adorabile e innamoratissimo. Sarebbe stato necessario un piccolo rito funebre per commemorare la morte e la rinascita del proprio modus vivendi e di un passato prezioso, non condivisibile. I bambini, poi, creano altre lacerazioni profonde, sono ancora sconosciuti ma totalizzanti e crolliamo a pezzi tra le braccia di amiche allibite che cercano di aiutarci.
Una nuova fase della vita comporta la perdita di quella passata,

ma gli altri si aspettano che siamo felici, che indossiamo abiti bellissimi, che cantiamo, balliamo, tutto fuorchè piangere. Non si pensa che ogni transizione possa aver bisogno di un rito di passaggio. Vogliamo che ogni cosa sia buona e positiva, neghiamo la contraddizione, la percezione dello sbandamento, il desiderio di fuggire. Neghiamo noi stessi e poi ci aspettiamo di essere felici.
La cura per il dolore è nel dolore (Rumi)

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